Nuoro, un giorno nella città da leggere

Nuoro, un giorno nella città da leggere

Nuoro mi appare all’orizzonte avvolta da boschi. Venendo da Oliena, poggiata più o meno a 500 metri su un altopiano ai piedi del Monte Ortobene, non faccio fatica a notarla.
Quello con Nuoro non è un primo incontro. Ci sono passata spesso ma restando sempre nella periferia, questa volta però ho chiesto al mio George, nuorese doc, di farmi scoprire la sua città e di farmi vivere quel Monte Ortobene che di Nuoro è l’anima.

Ortobene

Scrivo Nuoro ma dentro di me una voce continua a ripetere Nùoro con l’accento sulla u, come Nùgoro il suo nome in Sardo. Sì, perché la prima cosa che impari quando stai con un nuorese è che Nuoro si pronuncia Nùoro. La seconda è che il capoluogo barbaricino è stata a lungo il centro culturale della Sardegna tanto da meritare il titolo di Atene sarda. Ma di questo ne parlerò più avanti.

Il capoluogo barbaricino è una città diversamente turistica. Non che non ci sia nulla da vedere, tutt’altro, ma non è uno di quei luoghi da colpo di fulmine con angoli super colorati avvolti da bouganville che catturano immediatemente lo sguardo. Nuoro è una città in cui soffermarsi e riflettere. Chi ci arriva lo fa perchè vuole immergersi in un’atmosfera culturale unica. È qui che si trovano le radici dell’identità sarda, è qui che non a caso ha sede l’Istituto Superiore Regionale Etnografico, è qui che il fervore culturale ed intellettuale dell’isola non si è mai spento.

Nuoro: storia della città

Le notizie sulla sua origine sono incerte ma le prime tracce di insediamenti umani risalgono al periodo prenuragico e nuragico come testimoniato dai nuraghi presenti in zona. Le invasioni romane portarono la popolazione a trovare rifugio in zone meno accessibili, su quel famoso Ortobene che da sempre racconta la città.

I sardi pelliti che abitavano la vasta area che includeva Nuoro avevano una particolare attidudine alla lotta e diedero non pochi problemi all’esercito dell’Impero. La difficoltà dei romani di penetrare in questa zona e di ridurre completamente all’obbedienza la popolazione, a differenza di quanto era avvenuto sulla costa, li portò a definire questa terra delle “Civitates Barbariae”. È dall’appellativo di Barbaria dato dai romani a questa terra indomita che si deve la parola Barbagia.

Fu durante la dominazione bizantina che la resistenza dei barbaricini si affievolì e con un accordo di pace si arrivò alla cristianizzazione della popolazione.
Nei secoli successivi Nuoro visse il periodo giudicale ed a seguire prima la dura dominazione aragonese e poi quella spagnola. Fu durante l’oppressivo regime feudale che si diffuse il banditismo.

Con il passaggio alla dominazione sabauda Nuoro divenne sede del Tribunale di Prefettura e poi sede della Divisione Amministrativa e di Intendenza ma il malessere tra la popolazione crebbe sempre di più, soprattutto a causa della riforma agraria. Nuoro fu teatro di numerosi moti contro l’imposizione della proprietà privata e la fine dell’uso collettivo della terra fino a diventare testimone della violenta rivolta de Su Connottu nel 1868.

Le rivolte sono alla base della nascita di una coscienza identitaria nuorese e barbaricina. Una coscienza che tra l’800 ed il 900 regalerà alla città figure come Grazia Deledda, Salvatore Satta, Francesco Ciusa, Antonio Ballero e Sebastiano Satta. Nuoro diventa l’Atene sarda.

Nuoro

L’Atene sarda

Cosa vedere a Nuoro: i rioni storici

Nuoro è cresciuta attorno ai suoi due quartieri storici. Seuna, abitato un tempo dai contadini, e Santu Predu che invece vedeva tra la sua popolazione i pastori benestanti ed i latifondisti. In questi rioni, collegati tra di loro da Corso Garibaldi, il tempo pare essersi fermato. Le loro viuzze sembrano essere immerse in un’atmosfera ovattata e silenziosa ma percorrendole vi renderete presto conto che quelle vie parlano.

È una Nuoro da leggere quella che si snoda nelle strade di questi due quartieri storici. Da alcuni anni infatti i muri di Seuna e Santo Pedru sono stati impreziositi con frasi tratte dai romanzi di Salvatore Satta e di Grazia Deledda che tra quelle stradine avevano ambientato le loro storie e dato vita ai loro personaggi.


Seuna

Seuna è il nucleo più antico di Nuoro. Durante le invasioni romane una parte di popolazione che aveva trovato rifugio sull’Ortobene scese a valle e si insediò nella zona della sorgente Sa Bena dando vita a Seuna.
Ad abitare nelle casette basse con il tetto di tegole arrugginite, come descritto da Sanna ne Il giorno del giudizio, erano per lo più i massajos, i contadini.

È in quest’ultimo tratto che sorge la prima parte di Nuoro. Si chiama Seuna, e sorge per modo di dire perché è un nugolo di casette basse, disposte senz’ordine, o con quell’ordine meraviglioso che risulta dal disordine, tutte a un piano, di una o, le più ricche, di due stanze, col tetto di tegole arrugginite.
(Il giorno del giudizio, S. Satta)

Il rione si sviluppa attorno all’antica Madonna delle Grazie, una chiesa del XVII secolo dalle linee semplici con una cornice curvilinea che mi ricorda, non fosse per il portale ed il rosone in pietra, le chiesette dei pueblos messicani.

Passando sotto i due archi che sembrano quasi darti il benvenuto si giunge in questo piccolo angolo di Nuoro con case ocra e arancio. Non è rimasto molto dell’antica Seuna ma, lungo le stradine strette in granito e ciottoli che si arrampicano nel quartiere, pannelli con frasi tratte da Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta raccontano le tradizioni e la vita di un tempo nel rione. Laddove non sono più gli strumenti del mondo agricolo a raccontare il quartiere, sono le parole di Satta a testimoniare ancora quel mondo.

 

Santu Predu

A Santu Predu il tempo sembra sospeso. Stradine in ciotoli e case in pietra accompagnano la nostra passeggiata. È una torrida mattina d’agosto quella in cui ci addentriamo tra le sue viuzze. Non so se sia il caldo o l’abbandono del quartiere di cui ho letto ma non incontriamo quasi nessuno. Un inaspettato silenzio accompagna i nostri passi.

Nuoro

Le strade silenziose di Nuoro

Percorrere le sue viuzze è un viaggio nel patrimonio culturale ed artistico della città. Il secondo rione di Nuoro per antichità, una volta abitato da sos prinzipales ovvero i pastori benestanti ed i latifondisti, vedeva tra i suoi abitanti anche Grazia Deledda. È un quartiere carico di storia e la percepiamo tutta.

Come a Seuna a parlare sono i muri, ma questa volta lo fanno con le parole di Grazia Deledda tratte da L’incendio nell’oliveto e da La via del male.
Addentrandomi nel quartiere, di fronte a quei muri che trasudano cultura, la prima domanda (banale forse) che faccio al mio George è se sia fiero del Nobel per la letteratura alla Deledda. E come non potrebbe.

Nuoro

Da La Via del Male

Nuoro

Da L’incendio nell’oliveto

A Santu Predu tutto sembra parlare della scrittrice. Sarà che i muri sono lo scrigno delle sue parole preziose ma è come se la Deledda fosse sempre lì con il suo viso severo. Viso che campeggia lungo le mura della sua casa museo e che porterò dietro con me durante tutta la mia passeggiata.

Museo Deleddiano
È bello perdersi tra le strade silenziose del quartiere che si fanno eco della narrazione della scrittrice dove la Sardegna fa da sfondo all’inesorabile divenire delle cose. Le percorri sentendoti protagonista di quei romanzi dal sapore antico.

Nuoro

Una Nuoro silente davanti a noi

Nuoro

La casa natale dello scultore Francesco Ciusa a Santu Predu

Nuoro

Ci incamminiamo verso il Museo Deleddiano

Cosa fare a Nuoro: visitare il Museo Deleddiano

Quel tutto che nel quartiere di Santu Predu riporta continuamente a Grazia Deledda ha la sua naturale conclusione nella visita al Museo Deleddiano. O perlomeno l’avrebbe se non fosse lunedì. E sì, perchè facciamo presto un’amara scoperta. Il lunedì tutti i principali musei di Nuoro sono chiusi.

La delusione che si stampa sul mio volto di fronte all’ingresso della casa museo della scrittrice, si ripeterà davanti al Man ed al Museo Etnografico Sardo.
Quindi eliminate il lunedì voi che decidete di andare alla scoperta di Nuoro, la città da leggere.

Museo Deleddiano

Sarei rimasta con l’amaro in bocca se il buon George non avesse sacrificato una mattinata di immersioni per riportarmi a Nuoro il giorno seguente per visitare almeno la casa museo della Deledda.

Il Museo

Entrare in una casa museo è spesso un viaggio con l’immaginazione nel mondo di un individuo. Lo è stato per me nella casa natale della scrittrice. A condurmi nel suo mondo non sono state tanto le stanze dove sono stati ricreati gli ambienti così come descritti in Cosima, il suo romanzo più autobiografico. No, è stato entrare nel cortile a farmi vivere quel luogo con gli occhi della Deledda.

Varcata la pesante porta in legno mi sono trovata in un lembo di terra silenzioso. Mi sono seduta su una panchina all’ombra di una grande quercia secolare ricoperta di muschio. La sua quercia, non un allestimento. Per pochi minuti ho vissuto il suo mondo e, guardando l’antico glicine che sovrasta il portone d’ingresso, ho immaginato le sue storie prender vita proprio in questo piccolo eden racchiuso da mura.

Museo Deleddiano

L’antico glicine che incornicia il portone

Il museo è ospitato in un edificio della metà Ottocento, la casa in cui è cresciuta la scrittrice fino al 1900 quando si è trasferita a Roma.
L’allestimento su tre piani racconta non solo il legame della Deledda con Nuoro ma anche la società del tempo ed i luoghi cari alla scrittrice. Luoghi di cui scrisse e che fecero conoscere al mondo la Barbagia.

Tra manoscritti, documenti ed oggetti personali si giunge alla cucina ed alla dispensa in cui sono conservati alimenti, farine, utensili, ceste in asfodelo e teli di lino. C’è tutto ciò che rendeva la cucina l’ambiente della casa più abitato, così come raccontato in Cosima.
Museo Deleddiano

Museo Deleddiano

Il viaggio nel mondo della Deledda continua nella sala dedicata al Premio Nobel in cui scorrono filmati d’epoca e sono esposte foto della cerimonia. A raccontare quel mondo non possono mancare nemmeno gli altri illustri concittadini dell’autrice che contribuirono a rendere Nuoro l’Atene Sarda.
Giunti nella camera da letto della giovane Grazia ferma ai primi del ‘900 si ritorna nel suo piccolo mondo familiare per poi fare un salto a Roma nella riproduzione di quello che era lo studio romano della scrittrice.

La scoperta di Nuoro passa dalla visita al Museo Deleddiano? La mia risposta è sì.

Cosa fare a Nuoro

Vedere Piazza Sebastiano Satta

Nel cuore della città, tra Santu Predu e Corso Garibaldi, si trova la piazza monumento dedicata al poeta Sebastiano Satta.
Realizzata nel 1967 dallo scultore Costantino Nivola
, Piazza Satta è una piazza insolita tanto per la forma che per la sua stessa essenza. È uno spazio metafisico dove a prevalere sono il bianco ed il granito. Sobria nelle geometrie, di forma trapeziodale ed inclinata, Piazza Satta è un luogo narrativo più che di aggregazione.

Piazza Satta

Monoliti di granito provenienti dall’Ortobene racchiudono in piccole cavità delle statuine di bronzo raffiguranti il poeta Satta in vari momenti della sua vita. Ancora una volta Nuoro racconta con i suoi luoghi le sue grandi figure artistiche.
Satta era il vate di Sardegna che diede la parola ai banditi sardi idealizzando la loro ribellione ed identificandola con la sofferenza sociale del mondo pastorale dopo secoli di prevaricazione.
Piazza Satta

In un’epoca in cui Nuoro soffriva per il triste fenomeno dei rapimenti, il candore della piazza, fortemente voluto e cercato dallo scultore Nivola, apriva uno spiraglio di luce sulla città, era un messaggio per il futuro. Il bianco come colore che riflette la luce, il bianco come speranza.

Passeggiare lungo Corso Garibaldi

Nuoro che si racconta e viene raccontata. Succede anche in Corso Garibaldi, ex via Majore, che unisce i due quartieri storici di Seuna e Santo Predu. Persino per chi non è interessato a fare shopping il corso è una tappa quasi obbligatoria. Negli ultimi mesi poi è stato trasformato in zona pedonale tornando a quel suo antico ruolo di salotto buono della città.

Infatti questa strada lastricata che oggi ospita negozi, botteghe artigianali e bar un tempo era il luogo di incontro preferito degli artisti e degli intellettuali della vivace Atene sarda. Qui si vivono indubbiamente le suggestioni nate dalla lettura di alcuni dei loro scritti.

Grazia Deledda

La statua di Grazia Deledda in Corso Garibaldi

Uno dei luoghi imperdibili della Nuoro che si racconta è il Caffè Tettamanzi, la cui fondazione ad opera dell’ebanista piemontese Antonio Tettamanzi risale al 1875. Un caffè grazioso con le poltrone rosse che ricordava certe caffetterie di Venezia. Così lo descrive Satta.
Un locale che era il luogo privilegiato per tessere nuove storie.

I quasi 150 anni non si fanno sentire. Il Caffè Tettamanzi mantiene tutto il fascino del passato. Non a caso è entrato è nella lista dei Locali Storici d’Italia. Sul soffitto si possono ammirare ancora gli stucchi originali mentre al muro sono appesi specchi d’epoca. Quasi a voler ricucire il filo della tradizione ecco che in questo luogo storico hanno trovato casa i martedì letterari.

Corso Garibaldi

Dal Caffe Tettamanzi alla libreria Mieleamaro il passo è breve, anzi brevissimo

Tra i negozi del corso non può mancare una sosta al negozio di coltelli a serramanico, espressione di antichi saperi tradizionali sardi. Sa resolza, il coltello a serramanico, era uno strumento indispensabile per i pastori. La lavorazione del manico in corno o in legno è una vera e propria forma d’arte.

La conoscenza non solo della Nuoro da leggere ma della Sardegna stessa passa dalla libreria Mieleamaro. Tra i suoi scaffali non c’è solo l’isola eppure è quel viaggio attraverso libri ed oggetti nel mondo sardo e nella nuoresitudine che la rende speciale.

Godersi il panorama sul Monte Ortobene

L’angolo panoramico più bello di Nuoro è senza dubbio il Belvedere Badore Sini. Una scenografica passeggiata lungo via Aspromonte permette di ammirare il panorama dell’Ortobene e delle vallate di Isporosile e di Badde Manna dominata dal maestoso Monte Corrasi.

Nuoro

Cosa fare a Nuoro: salire sul Monte Ortobene

 Non è vero che l’Ortobene possa paragonarsi ad altre montagne, l’Ortobene è uno solo in tutto il mondo; è il nostro cuore, è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi

Grazia Deledda

Se c’è un luogo in cui i nuoresi si identificano quello è il Monte Ortobene. Un monte talmente unico da essere chiamato semplicemente Su Monte, il Monte.
Quasi una simbiosi lunga secoli quella tra la città e l’Ortobene.
Prima di metterci in macchina verso Nuoro, ho chiesto a George di portarcimi o meglio di salire al Monte. Perchè al Monte si sale. La mia richiesta lo ha lasciato un po’ spiazzato. Quasi stupito mi ha chiesto il motivo.

La risposta è stata spontanea. L’Ortobene è l’anima di Nuoro. L’Ortobene è Nuoro stessa. Gliene ho sentito parlare così spesso che non andarci non mi avrebbe permesso di conoscere l’essenza di Nuoro.
Eccoci dunque arrivati alla fine del nostro giro della città. Partendo dal belvedere cominciamo a salire lungo una panoramica con vista su Nuoro e sulla vallata circostante. Già così siamo immersi nella natura.

La nostra salita sfiora quasi i mille metri. Siamo sul monte tra rocce granitiche scolpite dal vento, corbezzoli, lecci, ginestre e lentischi. Il parco si estende per 1600 ettari tra sentieri, salite e boschi popolati da cinghiali, lepri, volpi e rapaci. C’è tutto un mondo sull’Ortobene.

Mentre ghiandaie ci saltellano vicino per nulla intimorite seguiamo il sentiero che porta alla statua del Redentore.

Monte Ortobene

Un altro pezzo di Nuoro il Redentore. Con i suoi 7 metri di altezza, piedistallo incluso, la statua si protrae con la mano benedicente verso Nuoro. Alla sua costruzione, voluta per celebrare il giubileo, si giunse attraverso una raccolta fondi che interessò tutta la Sardegna.

Dal 29 agosto 1901, data della sua collocazione sull’Ortobene, il Redentore è talmente parte di Nuoro che la festa in suo onore, la Festa del Redentore, che si tiene l’ultima settimana di agosto, è diventata una delle manifestazioni religiose più importanti della Sardegna. La suggestiva manifestazione vede sfilare le famose maschere sarde ed i gruppi folk con i vestiti della tradizione provenienti da tutta l’isola. Il pellegrinaggio da Nuoro fino alla statua del Cristo sul monte, come atto di devozione, resta il momento più solenne delle celebrazioni.

Il Redentore

Quanta libertà si respira a 955 metri. Mentre il vento accarezza il volto, lo sguardo si perde all’orizzonte verso il capoluogo barbaricino tra quelle vallate che custodiscono l’anima sarda.

Monte Ortobene

La vista dalla statua del Redentore

Non so se Nuoro e la Barbagia racchiudano più di altre regioni storiche sarde l’essenza dell’isola ma sinora è il luogo in cui ho avuto percezione di usi e costumi dalle radici antiche ancora persistenti. Nuoro sembra essere sospesa nel tempo ma non è ferma nel passato. Non ci sono tracce della barbaria con cui l’avevano identificata i Romani né delle tristi cronache di decenni fa. Resta invece madre feconda di un panorama culturale degno del suo glorioso passato. Quel laboratorio aperto che è il Man ne è testimonianza (lunedì esclusi).