Del Caffè Turco e di Altre Curiosità

Del Caffè Turco e di Altre Curiosità

Sono sul volo TK1447 che lentamente sorvola il Bosforo in direzione Bari. Sto tornando a casa dopo l’ultimo, almeno per quest’anno, viaggio in Turchia. Lentamente l’aereo attraversa il tappeto di nuvole lasciandosi alle spalle la vista sulle acque affollate di navi che così tanto mi affascinano. Fuori dal finestrino ormai una sconfinata e monotona distesa bianca.

E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’

Ho con me il portatile, tempo da ingannare e negli occhi ancora le immagini di questo viaggio. Penso alla fortuna di un lavoro che mi porta a scoprire questa incredibile terra e che mi dà comunque la possibilità di ritagliarmi spazi per esplorare qualcosa di nuovo ad ogni viaggio ed allora eccomi qui a raccontarvi alcune curiosità su questo paese a cavallo tra Occidente e Oriente che sa stregare non solo con i suoi luoghi unici ma anche con le sue storie. E oggi ve ne voglio raccontare alcune.

Il linguaggio del corpo
Le lunghe attese ai semafori della trafficatissima Istanbul sono diventate per me il miglior momento per osservare la gente per strada. Musica turca si confonde con i rumori del clacson, mentre venditori di simit girano tra le auto ferme. Osservando fuori dal finestrino, non posso fare a meno di soffermarmi sui movimenti delle mani e sulle espressioni dei visi delle persone sedute davanti ai locali o ferme agli angoli delle strade.

E’ proprio vero che i turchi se la giocano con gli italiani per quanto riguarda la comunicazione con il corpo! Non esagero dicendo che, pur non conoscendo una sola parola di turco, potreste riuscire comunque a comunicare in caso di necessità.

Ci sono infatti dei gesti molto simili ai nostri anche nel significato. Per esempio quello di esprimere NO sollevando leggermente il mento e toccando con la lingua i denti facendo un lieve suono. Un gesto che a volte può essere accompagnato anche dalle sopracciglia alzate.

Altri invece hanno significati assai diversi, come il gesto delle quattro dita unite che toccano il pollice. E’ lo strano modo dei turchi di esprimere che qualcosa è bello o buono. Provate ad usarlo quando vedete qualcosa che vi piace facendo oscillare leggermente la mano e strapperete sicuramente un sorriso al vostro interlocutore (se poi volete osare, accompagnatelo con un cök güzel )

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Le quattro dita unite che toccano il pollice per esprimere che qualcosa è bello

Mai nulla quanto una mano sul cuore potrà salvarvi durante una di quelle lunghe ed ipercaloriche maratone del cibo che sono i pranzi o le cene turche. Sì perché portare la mano sul petto esprime gratitudine per un’offerta che tuttavia si rifiuta. La mano sul cuore significa grazie ma sono pieno. Ecco, se siete satolli, sfoderate il vostro miglior sorriso e mano sul petto.

I tulipani
Quando si parla di tulipani l’associazione con l’Olanda viene da sé eppure tanto il nome che l’origine stessa di questo fiore così amato sono di origini ottomane.

I tulipani (lale in turco moderno) adornavano i palazzi e i giardini di Costantinopoli e portare i tulipani sui turbanti era molto alla moda durante l’Impero Ottomano.  Solo verso la fine del XVI giunsero in Europa occidentale e nei Paesi Bassi ad opera di un biologo viennese.

Ma come presero il nome di tulipani? In modo assai curioso e per un fraintendimento linguistico. L’ambasciatore austriaco li menzionò in una lettera come tulipa equivocando il modo con cui l’interprete li aveva chiamati nel linguaggio popolare, ovvero tülbend lalesi. Tülband era la parola utilizzata per indicare i turbanti indossati all’epoca dell’Impero Ottomano (a proposito, la dimensione del turbante variava a seconda dell’importanza di chi lo indossava). Guardate questo dipinto di Solimano il Magnifico: non vi sembra un bel tulipano?
Da questo malinteso nacque così il nome con cui si sarebbero presto diffusi in tutta europa

Solimano I, detto il Magnifico

Solimano I, detto il Magnifico in un quadro della scuola di Tiziano

I tulipani sono ancor oggi amatissimi in Turchia e percorrendo le tangenziali delle grandi città sicuramente non vi sfuggiranno gli spazi verdi curatissimi in cui, per mezzo di questi meravigliosi fiori, vengono disegnate figure oppure parole.

Ad Istanbul poi ogni anno durante tutto il mese di aprile ha luogo l’International Istanbul Tulip Festival, una vera e propria esplosione di colorati tulipani che adornano tutti gli spazi aperti: parchi, viali, rotonde. Ovunque insomma! Pensate che solo nel 2018, proprio per il festival, sono stati piantati più di 20 milioni di tulipani.


I detti

Dovete sapere che i turchi hanno detti per ogni occasione e non vi è conversazione in cui non vengano utilizzati. Che servano per rompere il ghiaccio o per chiudere un incontro, potete essere sicuri che difficilmente troverete un turco che non ne faccia uso. E questo nelle più disparate situazioni.

Quasi sorridendo aspetto il momento in cui uno dei mie partner di lavoro esordirà con il suo giornaliero “in Turchia abbiamo un modo di dire” e via con il detto che, vi assicuro, calza a pennello nella conversazione.  Il motivo di questo smoderato uso è presto detto (scusatemi il gioco di parole)! Molti di questi modi di dire sono conosciuti come “le parole dei nostri antenati” ed i turchi hanno in grande considerazione il pensiero degli anziani.

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By Mxcil [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons


Il caffè
In un mio precedente post vi avevo parlato dell’amore smisurato dei turchi per il çay, ma anche il caffè (kahve) è una parte essenziale della cultura turca dell’accoglienza e nell’invito a condividere una tazza di caffè troverete tutta l’ospitalità e l’offerta di amicizia del padrone di casa. L’invito per un caffè tra amici è un momento in cui farsi confidenze, parlare delle preoccupazioni quotidiane. Insomma ha un ruolo importantissimo nella vita dei turchi.

La tradizione inoltre vuole che la preparazione del caffè giochi una parte importante nel rituale di fidanzamento. Il kahve che viene preparato con un pentolino chiamato cezve infatti richiede una certa abilità ed è un vero è proprio test per le future spose in occasione dell’incontro con le suocere. Si narra di matrimoni volutamente fatti saltare dalla sposa con aggiunta di sale al posto dello zucchero o di caffè rovesciati sugli ospiti. Ma tranquilli, oggi i fidanzamenti non passano più attraverso questo rituale.

L’usanza più diffusa e anche la più nota tuttavia è quella di predire il futuro attraverso la lettura dei residui di caffè nella tazzina. E, che si creda o no al responso, alla fine resta un modo simpatico di fare conversazione!

Ed indovinate un po’… anche per il kahve esiste un detto che dice pressapoco così: il ricordo di una tazza di caffè dura 40 anni. Ma da dove prende origine questo detto?

La leggenda narra che ad Istanbul vivesse un venditore di caffè assai saggio a cui tutti si rivolgevano per consigli o semplicemente per il piacere di ascoltarlo. Un giorno nel suo negozio entrò un giannizzero il quale si offrì di pagare a tutti il caffè tranne che ad un capitano greco che stava fumando il narghilè in un angolo buio. Il venditore servì il caffè a tutti e poi portò due tazze al tavolo del capitano.

Il giannizzero, infastidito, gli ricordò che aveva detto tutti ad eccezione del greco. Il saggio venditore allora rispose che quello era un suo regalo. Si sedette al tavolo e chiacchierò per lungo tempo con il capitano il quale amò così tanto quella chiacchierata da annotare su un diario l’esperienza fatta al suo ritorno a casa.

Quarant’anni passarono da quella conversazione quando, durante un’asta di prigionieri ottomani, il saggio venditore di caffè, che era tra gli schiavi, fu acquistato ad un prezzo molto alto da un anziano signore che altri non era che il capitano greco. Questi lo portò nel deserto e gli disse che il caffè che gli aveva offerto quarant’anni prima aveva creato un’amicizia che si era protratta fino a quel giorno e che non aveva mai dimenticato il ricordo di quel caffè, anche se il venditore invece lo aveva dimenticato. E così dicendo gli diede la libertà.

L’ Acqua di Colonia
Se siete già stati in Turchia probabilmente vi sarà capitato di vedervi offrire dell’acqua profumata al limone con cui rinfrescarvi le mani all’uscita dal ristorante. Grazie alla quantità di alcol contenuta, infatti, l’Acqua di Colonia (Kolonya)  è considerata non solo un ottimo rinfrescante ma anche un disinfettante antibatterico.

La Kolonya, di solito con una fragranza al limone ma che potete trovare alla lavanda, all’arancia, ai fichi e persino alle nocciole, è una sorta di meraviglia multiuso che i turchi considerano come una soluzione a tutto o quasi. Non solo infatti viene utilizzata per uccidere i germi o come fragranza in generale ma anche per i mal di testa, per far rinvenire qualcuno dopo uno svenimento, persino per far passare il prurito di una puntura di zanzara!

In Turchia è tradizione accogliere un ospite con Acqua di Colonia e lokum (i caratteristici dolci gelatinosi) o cioccolata. La kolonya serve per rinfrescare l’ospite ed uccidere eventuali germi sulle mani, soprattutto dopo un viaggio. I lokum e la cioccolata invece servono per addolcire la bocca e preparare  l’ospite a conversazioni gradevoli secondo il detto mangia dolcemente per parlare dolcemente.


C’è del pollo nel dessert!

Oh Oh mi è semblato di vedere un pollo nel mio dessert.

Lo smoderato amore dei turchi nei confronti della carne, testimoniato dall’incredibile numero di ristoranti di kebap disseminati in ogni angolo del paese, non poteva non trovare espressione anche in un dolce. Sì, avete capito bene! I dolci turchi non sono solo un’esplosione di miele, pistacchi e sciroppo di zucchero, non sorprendetevi perciò di trovare un budino di latte e..sorpresa..di petto di pollo.  
Sto parlando del tavuk göğsü tatlısı (letteralmente dessert di petto di pollo) che è stato il mio ultimo test culinario nel variegato mondo della cucina turca.
La cosa incredibile di questo dolce cremoso è che il pollo, una volta bollito, è tagliato così fine che, se non fosse per la sua consistenza leggermente fibrosa, non vi accorgereste mai che è nel dessert. Ed infatti non avrei minimamente riconosciuto l’insolito elemento se dopo il primo boccone, sorridendo, non me l’avessero detto.

Il tavuk göğsü affonda le sue radici in un passato molto lontano e anche attorno alla sua creazione circola una leggenda.
Si narra che sia stato inventato secoli fa nelle cucine del Palazzo Topkapı. Nel cuore della notte il sultano dell’epoca fu colto da un desiderio improvviso di dolce ed i cuochi si inventarono questo dessert utilizzando l’unico ingrediente rimasto in cucina, il pollo appunto, per soddisfare la voglia del sultano.

Eccomi davvero alla fine del viaggio.
Güle güle gidin… che tu possa andar via sorridendo dice un detto turco per rendere gli addii meno tristi ed amari. Mi sembra che mi dica così la Turchia ogni volta che la saluto.

(Aggiornamento. Se volete scoprire altre curiosità su questo Paese, troverete nuove storie nel mio nuovo articolo Turchia, tra tradizioni, storie e folclore.)