Il Giappone tra luci a neon e tradizione

Il Giappone tra luci a neon e tradizione

Il Giappone mi è capitato tra le mani, se così si può dire, un po’ per caso. Un Paese che mi sarebbe piaciuto visitare ma su cui non facevo progetti a breve termine. Insomma uno di quelli nella Travel Wishlist che di anno in anno si allunga sempre di più. Invece, complici una serie di fortunati eventi, mi sono trovata catapultata in un mondo che per molti versi è agli antipodi rispetto al nostro Paese. E così è iniziata la mia avventura giapponese tra Hiroshima, Kyoto e Tokyo a bordo dei treni proiettile Shinkansen.

Sarò sincera: dal Giappone sono tornata con sentimenti davvero contrastanti. Chiariamo: tutto è stato bellissimo.
Kyoto è incantevole. Penso ancora alla mia faccia stupita quando mi è apparso il Golden Pavilion riflesso nel lago o quando ho visto delle giovani maiko per strada. Hiroshima mi ha emozionata come nessun’altra città. Non scorderò mai i brividi di fronte alla Cupola della bomba atomica. Tokyo mi ha fatto sentire un po’ stranita come Bill Murray in Lost in Translation.

maiko

Giovani maiko per strada (o forse no. A Kyoto non è facile incontrare nemmeno autentiche maiko)

Ma mi è mancato qualcosa. Mi sono mancate le emozioni. O almeno parzialmente. Non le emozioni visive. Il Giappone è oggettivamente bello. Mi sono mancate quelle emozioni che ti scuotono dentro, che ti fanno tornare a casa con il cuore che vuole scoppiare. Sensazioni che ho provato in un unico luogo, il più imprevedibile, nel senso che non me lo sarei mai aspettata. Hiroshima. Ecco il mio luogo del cuore in Giappone è stato Hiroshima.

Immagino che la mia avversione per le città futuristiche e avveniristiche abbia influito notevolemente sulle mie sensazioni tanto che, ad eccezione di alcuni luoghi quali il tempio Senso-ji o il mercato del pesce Tsukiji, Tokyo non l’ho amata affatto.

La regale Kyoto

Attraversando i quartieri di Kyoto o visitando uno degli innumerevoli suoi templi non ho potuto fare a meno di chiedermi come fosse possibile che una città con la grazia dei movimenti di una geisha non fosse (più) la capitale del Giappone. Non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare come non ci si possa innamorare delle sue casette in legno, dei suoi splendidi giardini o dei suoi templi buddisti avvolti dal foliage autunnale o dai ciliegi in fiore. Ecco, a Kyoto si percepiscono gli echi di un Giappone antico.

Il Castello Nijō

Costruito nel 1603 come residenza a Kyoto di Tokugawa Ieyasu, primo shogun del Periodo Edo, e poi divenuto palazzo imperiale circa due secoli dopo, il castello Nijō è la nostra prima meta nell’antica capitale giapponese. Il fossato e le mura in pietra che lo circondano ne celano le bellezze nascoste al suo interno. Bellezze che si palesano quando attraversiamo il cancello Karamon, la sua seconda porta con intagli e decorazioni in stile cinese, che conduce a quello che è l’edificio più importante di tutto il complesso ovvero il Palazzo di Ninomaru.

Conservatosi nella sua forma originale, questo palazzo è costituito da più edifici tutti collegati fra di loro da corridoi con un insolito pavimento usignolo. Non fate quella faccia strana. Sì, avete capito bene usignolo. Un’ingegnosa tecnica che permette di riprodurre il cinguettio degli usignoli al calpestio del pavimento proteggendo così il palazzo da eventuali estranei. Ma a rendere il Ninomaru una vera e propria opera d’arte sono le porte scorrevoli ed i paraventi finemente decorati con tigri e pantere, pini e ciliegi in fiore ed i legni intarsiati e le decorazioni con foglie d’oro che lo adornano.

Ninomaru Palace

Il Palazzo di Ninomaru

All’esterno del palazzo si trova un bel giardino, il Ninomaru Garden, con un laghetto, arbusti e cespugli di varie altezze e pietre di forme e dimensioni diverse in pieno stile tradizionale giapponese.

Ninomaru Garden

Ninomaru Garden

Nell’area centrale del castello incontriamo il palazzo Honmaru che all’epoca della sua costruzione era molto simile al Ninomaru. Andò distrutto insieme al suo torrione di cinque piani a causa di un incendio nel XVIII secolo. Quelli che vediamo oggi sono solo alcuni edifici di una residenza che fu trasferita nel Nijō a fine del XIX secolo.

Kinkaku-ji

In una città come Kyoto dove i templi fanno da padrone non può mancare la visita ad uno dei suoi luoghi più iconici: il Kinkaku-ji, meglio conosciuto come il Padiglione d’oro. Si tratta di un tempio zen costruito su uno stagno i cui piani superiori sono completamente ricoperti da foglie d’oro.
L’impatto visivo è straordinario. Ho avuto la fortuna di andarci in una bella giornata di sole e non vi nascondo che vederlo apparire tra i rami di pino nero abilmente cesellati è stato un grande spettacolo.

Kinkakuji

Kinkaku-ji

Il riflesso nello specchio d’acqua è parte dell’esperienza visiva che questo tempio dorato regala. Se devo essere completamente sincera, è proprio la sua immagine riflessa nello stagno a renderlo un luogo evocativo.
Nato come residenza dello shogun Ashikaga Yoshimitsu, il Kinkaku-ji fu trasformato in un tempio zen dopo la sua morte.
Il suo destino è stato alquanto travagliato. Pensate che è andato distrutto numerose volte, l’ultima nel 1950 a causa di un incendio provocato da un monaco buddista fanatico e così quello che vediamo altro non è che una ricostruzione risalente al 1955. Sul tetto è posta una fenice riproduzione dell’originale conservato nel tempio Shōkoku-ji.

Kinkakuji

Kinkakuji

Ma non crediate che il padiglione dorato sia l’unico luogo d’intereresse a Kinkaku-ji.
Camminando nel complesso si incontra l’Hojo, un grande edificio contenente quadri di famosi pittori, non sempre però aperto al pubblico. Poi la sala del te, Sekkatei, costruita per accogliere l’imperatore Go-Mizuno. In prossimità dell’uscita si trova il Fudo-do, un tempio costruito nel tardo XVI secolo dedicato al dio del fuoco. Questo è l’edificio più antico in tutto il Kinkaku-ji.

Kinkaku-ji

Fudo-do

Kiyomizu-dera

Nella parte orientale della città, su una collina circondata dai boschi, si erge il Kiyomizu-dera uno dei più famosi templi buddisti del Giappone. Ci si arriva partendo dal quartiere di Gion, percorrendo una stretta via lastricata in pietra con piccoli negozi di souvenir e locande in legno. Al tempio si giunge attraverso il Nio-mon o Deva Gate. I Koimanu all’ingresso, ovvero le statue di pietra a metà tra cane e leone (cani coreani), secondo la traduzione buddista , tengono il male lontano dal tempio.

Deva Gate

Deva Gate

La parte più spettacolare del Kiyomizu-dera, il cui nome significa tempio dell’acqua pura, è quella della terrazza in legno poggiata su ben 18 travi di legno di 13 metri d’altezza. L’intera struttura, pensate un po’, è stata costruita senza l’utilizzo di un solo chiodo! Di qui si può abbracciare con lo sguardo l’intera città e godere dei colori della vegetazione circostante che nella stagione della fioritura dei ciliegi o del foliage offre spettacolori meravigliosi. Questo luogo ha ispirato un famoso proverbio giapponese. Dovete sapere che in tempi lontani buttarsi da questo palco e non ferirsi vedeva i propri desideri realizzarsi e sono stati tanti coloro che vi si sono buttati davvero, sopravvivendo addirittura. Di qui l’uso dell’espressione saltare giù dal palco di Kiyomizu quando si vuole dire che si sta prendendo una decisione coraggiosa. Oggi ovviamente è severamente vietato buttarsi giù.

Kiyomizudera

La terrazza panoramica di Kiyomizudera

Al di sotto della terrazza si trova il luogo che dà il nome al complesso stesso: l’Otowa No Taki. L’acqua che scorre attraverso tre differenti rivoli infatti è considerata sacra. Ognuno dei tre rivoli rappresenta una virtù: longevità, amore e sapere. I visitatori possono bere l’acqua utilizzando dei lunghi mescoli. E’ bene non cercare di bere da tutti e tre i rivoli in quanto si darebbe l’impressione di essere avidi e questa non è affatto una virtù!

 La cascata Otowa

La cascata Otowa No Taki

All’interno dell’area del tempio buddista Kiyomizu-dera si trova un santuario scintoista votato agli dei dell’amore, se così possiamo dire. Si tratta dello Jishu Jinja Shrine, un tempio considerato il Cupido del Giappone. Sì, proprio così. Questo perchè al suo interno sono ospitate varie divinità tutte legate alla sfera dell’amore. Che si tratti di pregare per un matrimonio, per una relazione duratura o per un nuovo amore è qui che si rivolgono fedeli di tutto il mondo. Si dice che non ci siano desideri irrealizzabili qui.

Jishu Jinja Shrine

Jishu Jinja Shrine

Sotto la scalinata dell Jishu vi sono alcuni edifici dedicati a diverse divinità come lo Hyakutai Jizo conosciuto anche come la sala dei cento Jizo, protettore di viaggiatori e bambini. Le statue in pietra, circa duecento, sono state donate da genitori che hanno perso figli. Se chi viene qui a pregare riesce a riconoscere tra le immagini in pietra di Jizo il volto del proprio figlio vuol dire che il proprio defunto ha trovato pace.

Jizo

La sala dei cento Jizo

L’Amida-dō è un piccolo tempio che custodisce un Buddha d’oro di Amida che presiede il Gran Paradiso Occidentale. Si crede che quando un fedele dell’amidismo muore, Amida in persona discenda per riportarlo nella Terra Pura.

Amida-dō

Amida-dō

Emozionante Hiroshima

Hiroshima per me è stata una sorpresa. Questo l’ho già scritto all’inizio. Strano da spiegare come una città che non ha il fascino della bella e delicata Kyoto né gli scintillii dei quartieri glamour di Tokyo possa colpire a tal punto ma così è stato. Ha saputo emozionarmi con i suoi luoghi ma al tempo stesso regalarmi momenti di divertimento in uno dei suoi ristoranti ispirati al mondo del baseball. Oh sì, ad Hiroshima vanno davvero pazzi per questo sport ed ovunque si trovano riferimenti al team locale: gli Hiroshima Toyo Carp.

Il giro per la città non può che cominciare dalla Cupola della Bomba Atomica, il Genbaku Dōmu. Questo edificio in mattoni, o meglio ciò che rimane, si erge come una delle poche reliquie sopravvissute al bombardamento. È rimasto nello stato in cui si trovava dopo l’esplosione della bomba atomica e dal 1996 è diventato un sito Unesco, ma il suo destino è stato per diversi anni incerto. Non tutti, soprattutto gli hibakusha, i sopravvissuti all’esplosione, volevano avere davanti ai propri occhi il ricordo di ciò che era accaduto.

Hiroshima

Il Genbaku Dōmu, la Cupola della bomba atomica, dove il tempo si è fermato

L’importanza di questo edificio si può riassumere nella descrizione che se ne fa sul sito dell’Unesco. La Cupola della bomba non è solo un simbolo della forza più distruttiva che sia mai stata creata dall’uomo ma anche un auspicio affinchè il mondo possa vivere in pace e le armi nucleari siano bandite per sempre.

Hiroshima e la pace. Attorno a questo messaggio è rinata un’intera città ed è stato costruito il Parco del Memoriale della Pace. Il parco che sorge nel punto in cui esplose la bomba è un’ode alla pace e racchiude una serie di monumenti dedicati al ricordo delle vittime. Al centro del parco sulle rive di un laghetto si trova il cenotafio in cui sono elencati i nomi delle centinaia di migliaia di persone che morirono a causa dell’esplosione. La fiamma che arde al centro della struttura verrà spenta solo il giorno in cui sulla terra verranno smantellati tutti gli ordigni nucleari.

Poco lontano si trova il monumento dedicato ai bambini della bomba atomica che ricorda le giovani vittime dell’esplosione e delle radiazioni che ne seguirono. La statua è ispirata a Sadako Sasaki, una bimba morta di leucemia nel 1955 a seguito delle radiazioni. Una leggenda giapponese dice che chi crea mille origami di gru può esprimere un desiderio e Sadako così fece nella speranza di poter guarire. Ahimè il suo desiderio non si realizzò, ma la sua storia commosse il Giappone.
Ancora oggi i visitatori depositano gru colorate sotto la statua sulla cui cima c’è una bimba che regge una gru.

Hiroshima monumento ai bambini

Il monumento ai bambini

È stato davanti al monumento dedicato ai bambini che ho sentito tutta la portata di questa immane tragedia a distanza di 70 anni: a pochi passi da me un’anziana giapponese piangeva e non vi nascondo che mi è venuto un groppo in gola vedendola. Forse è stato questo il momento in cui Hiroshima mi è entrata nel cuore.

Visitare il Museo della Pace non è assolutamente facile. Sono davvero pochi i luoghi in cui ho provato le stesse sensazioni di orrore e turbamento. Mi mancano le parole giuste per descrivere quello che ho provato ma posso dirvi che mi si è accapponata la pelle. In tutta franchezza non credo sia un luogo adatto a bambini troppo piccoli.

Il museo nella sua prima parte è un racconto attraverso gli anni del boom della città di Hiroshima, di come gli USA svilupparono la bomba atomica e degli eventi che portarono al lancio della bomba atomica. La seconda parte dell’esposizione ruota invece intorno alle testimonianze ed è quella che ti fa correre un brivido lungo la schiena: capelli, lembi di pelle ed unghie con le storie delle vittime a cui appartenevano, l’orologio dell’apocalisse fermo alle 8.17, un piccolo triciclo appartenuto ad un bimbo arso vivo, frammenti di vestiti bruciati dall’esplosione, foto delle vittime con i segni delle radiazioni sulla pelle.

Dieci secondi quelli della bomba che rasero al suolo la città. Una tempesta rovente che cambiò per sempre la vita di centinaia di migliaia di persone. È un percorso quello attraverso il museo che ti fa riflettere. E quando ne esci non ti sorprende affatto che Hiroshima si sia votata alla pace e passeggiare nel parco dopo la visita al museo è quasi una liberazione.

Nonostante il suo lato oscuro e drammatico, Hiroshima ha un animo vivave e frizzante che si percepisce passeggiando lungo Hondori Str., una galleria pedonale ricca di ristoranti e negozi che si estende per oltre 500 metri in centro città correndo parallelamente alla Aioi Str, l’arteria principale. Quella che percorriamo in tram per raggiungere il ristorante a tema baseball in cui trascorreremo la serata più piacevole in Giappone tra maxi boccali di birra e yakiniku. A proposito di tram, questo mezzo è un ottimo modo per andare alla scoperta di Hiroshima e se avete fortuna vi potrebbe capitare di salire su alcuni degli antichi tram che ancora sono in funzione sulla rete.

Oh Tokyo, non t’ho amata!

Prima di partire l’idea che mi ero fatta di Tokyo era di una città frenetica, futuristica ed anche alquanto bizzarra. E da questo punto di vista le mie aspettative non sono state affatto disattese. Tokyo è una megalopoli caleidoscopica dove impiegati in abito scuro si confondono con giovani dai look stravaganti un po’ gothic e lolita, dove tra grattacieli e gigantesche insegne luminose si possono scorgere casette dalle vecchie atmosfere. Insomma ipermodernità e tradizione convivono o perlomeno ci provano.

Una città unica, su questo non ci piove. Ma non c’è stato feeling. So che sicuramente 3 giorni non sono sufficienti per andare oltre le apparenze e scoprire l’anima di un luogo ma Tokyo su di me non ha esercitato il fascino che avevo sperato. I maxi schermi televisivi, le luci al neon ed i grattacieli supermoderni su Shibuya Crossing, credo il più grande (o perlomeno incasinato) incrocio al mondo, proprio di fronte all’uscita Hachiko, hanno suscitato sì grande stupore in me ma non mi è rimasto nulla.

Shibuya

Shibuya

Akihabara, una volta quartiere dell’elettronica e catalizzatore di nerd ed ora cuore del mercato dell’animazione e dei fumetti manga, per un paio di ore mi ha stordito con le sue centinaia di negozi dedicati alla cultura pop giapponese: video games, sale giochi e negozi specializzati in modellistica, manga e anime. Ma sono cose che non mi appassionano.

Akihabara

Akihabara

Non che non sia riuscita a trovare il bello a Tokyo. Non potrei mai affermarlo! È che non l’ho trovato nel suo lato moderno. I momenti più intensi a Tokyo li ho vissuti laddove si respira il passato.

Senso-Ji

La nascita di questo tempio nell’antico quartiere di Asakusa è ammantata di leggenda. Nel 628 d.C. due fratelli pescarono nel fiume Sumida la statua di Kannon, dea della misericordia. Per quanto si sforzassero di buttarla in acqua questa continuava a ritornare a riva. Decisero quindi di realizzare un tempio per ospitarla, il Senso-Ji, la cui costruzione fu portata a termine nel 645 d.C.
Si tratta del più antico tempio di Tokyo. Al complesso del tempio si accede attraverso la porta Kaminarimon con la sua enorme lanterna rossa. Porta del Tuono è la parola incisa sulla lanterna. Da qui si percorre la Nakamise Str con i suoi 250 metri di negozi di souvenir e street food.

Kaminarimon

Kaminarimon, la Porta del Tuono

La via dello shopping conduce ad una seconda porta, l’Hozomon, caratterizzata dalla presenza di altre tre grandi lanterne. La lanterna centrale rossa riporta il nome della città di Kobunacho a cui si deve la donazione di 5 milioni di yen grazie alla quale è stato possibile posizionarla.
Si tratta della porta principale del Senso-Ji. Proprio davanti al tempio si trova un grande incensiere il cui fumo, secondo la tradizione, cura i malati, motivo per cui vedrete non pochi visitatori allungare la mano per essere sfiorati dalle esalazioni. In cima alla scalinata si trova la sala della dea Kannon, la cui statua è tuttavia visibile solo ai monaci.

Hozomon

Hozomon

Alla sinistra del tempio si trova una splendida pagoda di 5 piani, tra le più famose del Giappone. L’accesso è permesso solo tre volte all’anno e solo a coloro che ne hanno fatto richiesta.

pagoda sensoji

La pagoda di 5 piani

sensoji

Il Mercato di Tsukiji

Il mercato di Tsukiji è stato per 83 anni un luogo storico di Tokyo. L’uso del passato è d’obbligo visto che il 6 ottobre del 2018 il più grande mercato ittico del mondo ha sentito suonare per l’ultima volta la campanella che dava il via all’asta del tonno. Un mercato familiare a tutti, giapponesi e turisti che accorrevano qui all’alba per assistere all’asta dei tonni, per curiosare tra i banchi del pesce e per fare colazione a base di sushi.

Tsukiji Market

Tsukiji Market

Tsukiji Market

Tsukiji Market

Tsukiji Market

Il tonno, re incontrastato del mercato

Tsukiji Market

Si lavora come in un’officina!

Qui ho visto tra i pesci e i molluschi più assurdi. Niente che avessi mai visto prima. Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato a temibili creature degli abissi. Ok, forse sto esagerando un po’ ma devo dire che di molluschi (soprattutto) insoliti ne ho visti davvero tanti al Tsukiji. Lo storico mercato ha riaperto nella baia di Toyosu in una struttura ultra moderna e a dirlo mi viene un po’ di tristezza. Un altro pezzo di tradizione che va via.

Tsukiji Market

Abitanti degli abissi a me sconosciuti!

Tsukiji Market

In battello da Asakusa a Odaiba

La scoperta di Tokyo corre sulle acque del fiume Sumida che sin dall’antichità è stata la porta di accesso della città all’oceano. Tra i tanti battelli che solcano le acque ve ne sono di alcuni davvero unici: l’Himiko e l’Hotaluna disegnati nientepopodimeno che da Leiji Matsumoto, ideatore di famosissimi manga come Captain Harlock e Galaxy Express 999.

Hotaluna

Hotaluna

suijobus

Omaggio ai personaggi di Galaxy Express 999

Il viaggio lungo il Sumida permette di scoprire una parte di Tokyo meno glamour, fatta di chiatte che trasportano legname, pescherecci e ristoranti galleggianti nonchè di edifici più modesti che nulla hanno a che fare con i moderni grattacieli della città.

Sumida Gawa

L’altra faccia di Tokyo

Ben dodici sono i ponti sotto cui il battello passa fino all’arrivo ad Odaiba, la grande isola artificiale nella baia di Tokyo con centri commerciali, ristoranti, musei e parchi divertimento. Nella parte nord di West Odaiba si trova una replica in scala ridotta della Statua della Libertà donata dalla Francia al Giappone nel 1998 per celebrare i rapporti commerciali tra le due nazioni.

Sumida Gawa

Uno dei dodici ponti

Tokyo

E per un momento credi di essere a New York

Ricordi giapponesi

Il primo ramen non si scorda mai.

Permettetemi questo gioco di parole ma è stato proprio così. In un localino in un angolino buio di Tokyo. Solo anziani. Un menù in giapponese e delle foto sulle pareti. Le mie dita e quelle della mia amica Cecilia che indicano una foto. Non sappiamo cosa ci sia dentro ma che fa? In fondo è bello farsi sorprendere. Ecco che arriva. Fumante e profumato. Le bacchette si immergono nella ciotola di noodles bollenti. Il ramen è davvero soul food.

ramen

Facce da ramen

Parole che ti salvano

Ok, sto esagerando un po’ in quanto a salvezza. Ma oggettivamente abbiamo avuto grandi problemi di comunicazione in Giappone. Non so se sia dovuto alla timidezza ma l’impressione è che pochi davvero parlino inglese. Ci siamo dovuti adeguare imparando alcune parole chiave. Le prime ed indimenticabili (nel senso che guai a scordarsele!): nama biru, birra alla spina.

Non di solo sushi si vive

Da grandissima amante del sushi ero pronta a deliziare il mio palato con le più infinite varietà. Cosa che effettivamente ho fatto. Non mi aspettavo però di innamorarmi di alcune pietanze che avrebbero surclassato abbondantemente il piatto giapponese più noto al mondo.

sushi

Cosa c’è di meglio di un sushi gustato in Giappone?

sashimi

E ti senti un po’ a Bari

Re incontrastato della mia esperienza culinaria è stato lo yakiniku, il bbq giapponese, seguito a ruota dall’okonomiyaki. Ora non so se ad influire sulle mie scelte siano state le modalità con cui ho consumato questi cibi, fatto sta che li ho amati!

yakiniku

Yakiniku, un po’ sfuocato ma spero renda l’idea

Caratteristica comune ad entrambi è la modalità fai da te. Una griglia al centro del tavolo con i tagli di carne da grigliare nel caso dello yakiniku ed una piastra e delle spatole più svariati ingredienti, imprescindibili le uova, da mescolare assieme per creare il proprio unico sapore nell’okonomiyaki.

Il sonno atavico

I giapponesi dormono ovunque sia possibile e non appena possibile. Seduti o in piedi. Dove non importa. Ovunque ci sia la possibilità di un break. In piedi appoggiati al palo nei vagoni della metro tra una fermata e l’altra. Sulle macchinette delle sale giochi. In tutto ciò non c’è nulla di disdicevole, anzi! Workaholic quali sono, questa abitudine che ha un nome ben preciso, Inemuri, è la dimostrazione di quanto abbiano lavorato sodo e di quanto perciò siano esausti.

Game Arcade in Roppongi

Un pisolino si schiaccia anche in una sala giochi a Roppongi

Anime e manga shop

Credo non si possa capire fino in fondo la passione dei giapponesi per manga e anime finché non si mette piede in uno di quei fantastici negozi multi piano, veri e propri scrigni di ricordi di infanzia. Sempre che siata cresciuti con i cartoni animati giapponesi.
Mi sono però deliziata in un negozio di gashapon. Sono dei luoghi con centinaia di macchinette allineate in cui, per pochi yen, si ottengono delle capsule con dentro dei pupazzetti raffiguranti dei personaggi di anime e manga. Ho quasi pianto davanti ad una vetrinetta che conteneva dei pupazzetti di quel figo di Capitan Harlock!! Li ho indicati al gestore cercando di capire dove fosse la macchinetta dispensatrice di tali meraviglie ma si trattava di pezzi ormai da collezione.

gashapon

La mia sorpresa nella capsula

Houston, abbiamo un problema con le scarpe!

Irrisolto resta ancora il mistero per cui le donne giapponesi vadano in giro con scarpe di numeri più grandi, cosa che le porta irrimediabilmente a camminare in modo strambo e assurdo. I miei occhi hanno visto nel reparto calzature dei grandi magazzini scarpe andare per taglie e non per numeri: S, M, L ma si trattava probabilmente di negozi economici. A proposito di camminare in modo strano: che molte giapponesi abbiano le gambe storte non è una leggenda metropolitana. Ancora più sorprendente è che molte camminino intenzionalmente con le gambe ad X.

Gli inchini

Credo sia arcinota l’estrema educazione dei giapponesi. Educazione che si traduce in continui inchini, simbolo della cultura del rispetto. Ma un inchino non vale l’altro. Esistono forme diverse che variano a seconda delle circostanze e di chi ci troviamo di fronte.
Ero arcisicura che in Giappone mi sarei trovata di fronte a continui inchini ma non avrei mai creduto potessero essere così tanti come quelli sullo shinkansen.
Entrati nella vettura i controllori fanno un inchino iniziale, poi si muovono tra i passaggeri chiededendo ad ognuno di essi il biglietto e tutto ciò ripetendo con grazia le stesse parole e gli stessi gesti. Lasciando il vagone si ripetono in un nuovo inchino. Sorrido pensando al nostro biglietti!

Smoking areas

Il Giappone è quel meraviglioso paese dove camminando per strada non ti troverai sotto il naso la scia del fumo di sigaretta dei passanti. Per strada infatti è vietato fumare e lungo i marciapiedi grandi disegni con il segno di divieto ve lo ricordano. Per i fumatori vi sono aree apposite circondate da pannelli indicate appunto come smoking area.
Fine di una breve storia felice 🙂

L’apparenza inganna

Non di rado troverete nelle vetrine dei ristoranti la riproduzione quasi perfetta (a volte davvero perfetta) del cibo che viene servito nel locale. Una vera salvezza per i turisti a digiuno di giapponese anche se questa antica arte (ebbene sì, non è una moda recente bensì una tradizione che risale agli anni trenta circa) chiamata sampuru serve a rendere i piatti più appetibili agli occhi degli stessi giapponesi che, amanti dell’estetica quali sono, si aspettano di vedersi serviti la portata ordinata esattamente come il modello in vetrina. Una volta queste coreografiche composizioni erano in cera ma ora la plastica si fa sempre più largo.

sampuru

L’arte del sampuru

Gli ingarbugliati cavi elettrici

Resta un vero e proprio mistero il motivo per cui, in una nazione in cui l’estetica e la precisione regnano sovrane, i cavi elettrici siano ancora un groviglio di fili sospesi invece di essere interrati. Non vi nascondo che mi ha fatto un certo piacere trovare un’imperfezione del genere nella nazione ipermoderna per eccellenza. Quel disordine a cui nessuno sembra interessarsi rende il Giappone quasi umano.

Hiroshima

Hiroshima in una serata piovosa

I Pachinko

L’inferno giapponese sulla terra ha un nome: pachinko.
Questo gioco d’azzardo, un misto tra flipper e slot machine, è quanto di più alienante abbia mai visto. In locali con musiche assordanti (e irritanti) e luci a neon e colori vivaci giocatori davanti a macchinette tutte uguali e disposte in fila osservano la traiettoria delle biglie incuranti del mondo che li circonda.

pachinko

L’ingresso di un Pachinko