Aneddoti di viaggio, Pt 2. Oops I did it again!

Aneddoti di viaggio, Pt 2. Oops I did it again!

Oops I did it again! Torno di nuovo a parlare di fatti curiosi ed aneddoti di viaggio. Ci ho preso gusto e questo nonostante alcune storie siano oggettivamente imbarazzanti.
In fondo danno un tocco di colore in più all’esperienza di viaggio. Non credete anche voi?

Il fucile a canne mozze

Scritto così sembra qualcosa di terrificante, lo ammetto, eppure vi giuro che, a raccontarlo, ancora oggi sorrido.
Controlli di sicurezza all’aeroporto di Berlino-Tegel: io e la mia amica stiamo lasciando la capitale tedesca dopo 3 intensi giorni per dirigerci a Stoccolma, successiva tappa della nostra vacanza. Dopo l’11 settembre sappiamo tutti quanto siano diventati più fastidiosi i controlli bagaglio al metal detector ma nulla di preoccupante per un normale passeggero in vacanza.

https://pin.it/3y6Id0A

https://pin.it/3y6Id0A

Sono la prima a passare. Tutto procede senza intoppi. Mi rimetto con calma cintura ed orologio e sistemo il bagaglio a mano. Mi giro convinta di trovare la mia amica ed invece la vedo discutere con gli addetti alla sicurezza al metal detector. Il mio sguardo cade sul monitor dei raggi X. L’unica cosa che mi sembra di distinguere chiaramente è … un fucile a canne mozze!

Spalanco gli occhi e la bocca come in un cartoon. La cosa non passa inosservata agli addetti alla sicurezza che subito cominciano a scuotere le mani per farmi cenno che, no, non è quello che sembra. Devo avere fatto una faccia davvero terrorizzata perchè scoppiano subito a ridere. Non è un fucile a canne mozze quello che hanno visto e stanno cercando, ma qualcosa c’è.

Dopo aver scavato tra gli indumenti ridacchiando ecco saltar fuori l’oggetto dei misteri. Eureka: un modellino in metallo di una Trabant. Mentre una piastra per capelli ed una macchinina di ferro si trasformavano in un fucile a canne mozze nella mia immaginazione, loro cercavano banalmente quello strano oggetto metallico. Gli addetti alla sorveglianza, ridendo, ci danno l’ok per andare. Il controllo di sicurezza più divertente della mia storia di viaggiatrice. Ed abbiamo anche scalfito la dura corazza teutonica.

Il paese è piccolo e la gente mormora

Non so se ricordate Carlino, il personaggio interpretato da Giorgio Faletti qualche decennio fa, ed il suo refrain il paese è piccolo e la gente mormora.

Be, io ed il mio George ci siamo resi conto al nostro terzo giorno ad Inari che questo villaggio della Lapponia finlandese è davvero un paese piccolo dove le notizie volano in fretta.

Inari

Inari

Le uscite con i cani da slitta prima e poi con la motoslitta sul lago ghiacciaio fino all’Isola di Ukko oltre ad essere state un salasso per il nostro portafoglio hanno dato un duro colpo alla schiena del mio George che si sveglia con un fastidioso dolore.

Premessa. Abbiamo in programma di arrivare fino al confine con la Norvegia quel giorno o almeno così ci siamo accordati con l’agenzia con cui abbiamo fatto le attività precedenti, ma tanto l’uscita con i cani che la gita ad Ukko sono state deludentissime con loro. Spendere 150 € a testa per questa nuova “esperienza”, dopo averci riflettuto per tutta la sera, non ci va più ma non sappiamo come comunicarlo.

Scendiamo per fare colazione e ci fermiamo alla reception per chiedere dove possiamo procurarci una pomata per la schiena. Ci indicano un piccolo market con un angolo farmacia. Sulla strada del ritorno ci imbattiamo nel responsabile dell’agenzia.
Mentre io e George discutiamo tra noi per scegliere a chi toccherà comunicare in modo elegante che non siamo più interessati all’escursione, eccolo venirci incontro.

Non facciamo nemmeno in tempo ad aprire bocca che lui si dichiara dispiaciutissimo per la schiena del mio George e che immagina che sia troppo faticoso per lui sopportare un viaggio di diverse ore in macchina. Con un finto dispiacere sul volto, lo ringraziamo per il pensiero e facciamo ritorno in hotel. E sì, il paese è piccolo e la gente mormora.

Mare profumo di mare

Non so se avete familiarità con certe calde giornate invernali che si respirano in Sud Italia. È un 30 dicembre e sembra primavera inoltrata. Con alcune amiche abbiamo deciso di trascorrere la giornata girando tra le città del nord barese sfruttando le nostre reflex fresche di acquisto. Giovinazzo, Molfetta, infine Bisceglie dove contiamo di fermarci per un pranzo sul mare.

Giunte a Bisceglie ci inoltriamo nel centro storico e ci perdiamo tra le stradine. Il sole si riflette sul selciato antico e l’aria è impregnata del profumo del ragù domenicale che qui in Puglia viene messo a cuocere lentamente fin dalle prime ore del mattino.
Ci spostiamo verso il porticciolo puntellato di barchette bianche e blu. Il cielo è terso e le casette intorno al porto si specchiano nel mare, così come i gozzi. È una giornata perfetta per scattare fotografie.

Bisceglie

Il porticciolo di Bisceglie quel giorno di dicembre

Il porticciolo è un’insenatura naturale con gli scivoli di alaggio e stretti moli di legno per accedere alla barche. Ci avviciniamo per scattare delle foto facendo attenzione agli scivoli ricoperti di alghe. Stiamo quasi per allontarci quando la mia amica Marta torna sui suoi passi per fotografare un gabbiano appollaiato su uno dei moli.

È un attimo. Le alghe sullo scivolo sono infide e finisce in mare. Senza pensarci su, corro verso di lei con la mia reflex allungando il braccio. Ahimè anche io mi dimentico delle alghe e finisco in mare. Scivolo lentamente in acqua lungo la rampa. Mi agito e questo mi fa scivolare ancora di più. Il mio unico pensiero però è rivolto alla reflex ed infatti l’unica frase che continua ad uscirmi di bocca mentre grido è: “la reflex, salvate la reflex!”

Non so quanto sia durato tutto questo. Finalmente un’amica, avvicinandosi con cautela, prende la reflex. Mi basta per farmi calmare. Smetto di scivolare ed osservo i pesciolini che nuotano intorno alle mie gambe. Lentamente riesco a spostarmi all’indietro fino a risalire. Nel frattempo anche la mia amica è riuscita a risalire grazie ad un bastone teso da non so chi.

Dietro di noi si è formato un drappello di gente. La mia amica è senza parole per lo shock, io invece non riesco a smettere di ridere. Con la testa bassa, in evidente imbarazzo, prendo la mia reflex e mi allontano. I jeans grondano acqua e devo letteralmente svuotare le scarpe.  Torniamo alla macchina strizzandoci i vestiti prima di partire. Addio pranzo sul mare. La macchina è permeata di odore di cozze. Io rido fino alle lacrime durante tutto il tragitto e non posso smettere di canticchiare mare profumo di mare.

Il pino loricato

È la prima settimana di agosto quando alcuni amici lanciano l’idea di trascorrere un weekend facendo trekking sul versante calabro del Pollino. Nel giro di pochi giorni organizziamo tutto. Partiamo in cinque in direzione Civita, un piccolo paese in provincia di Cosenza.

Aneddoti di viaggio

Civita

Questo borgo di origini albanesi in cui ancora oggi si parla arbëresh si trova nel cuore del Parco Nazionale del Pollino ed è circondato da una natura rigogliosa. Arriviamo nel pomeriggio e dopo un giro tra le sue strette viuzze, le abitazioni basse in pietra con i particolari comignoli e le curiose case Kodra dalla morfologia umana, facciamo un tuffo nella meravigliosa gastronomia locale.

Il giorno seguente ci aspetta il trekking nel parco. Ci muoviamo presto per godere del fresco. Non mi ci vuole molto a capire che non sarà un’escursione tranquilla. Quello che è l’esperto tra noi abbandona presto il sentiero segnalato e ci troviamo a costeggiare il canyon pericolosamente finché l’impossibilità di proseguire non ci fa tornare sui nostri passi. Riprendiamo il sentiero e di lì si apre l’incantevole scenario del parco. Radure che si aprono improvvisamente, fitti boschi e tronchi abbattuti ricoperti di muschio.

Aneddoti di viaggio

Eccomi nel mezzo del mio trekking quando ancora non sapevo cosa mi attendesse

Camminiamo per tutto il giorno. Il sole ed il caldo si fanno sentire tanto quanto la fatica ma ne vale davvero la pena. Ci stiamo per mettere in cammino per tornare a Civita quando i 3 ragazzi del gruppo adocchiano un pino loricato in cima ad una collinetta. Vogliono assolutamente farsi delle foto con questo albero monumentale. Si allontanano lasciandoci tra mucche intente a pascolare.

Aneddoti di viaggio

Il famoso pino loricato. Di essere bello era bello

Quelli che dovrebbero essere una decina di minuti si trasformano in un’ora e passa. Non sappiamo cosa diavolo stiano facendo ed i cellulari non prendono. Il sole sta ormai tramontando quando ricompaiono. Senza perdere altro tempo ci scapicolliamo lungo il sentiero percorso in precedenza. Non abbiamo nulla che ci aiuti col buio se non le luci dei nostri cellulari.

Arriviamo in pianura che è ormai buio, siamo nel bosco e non vediamo più nulla. Ad un certo punto il verso di un animale dietro di noi si fa sempre più pressante, ne vediamo gli occhi tipo fanale nel buio. Supponiamo sia un cinghiale vista l’altezza, ma non lo sapremo mai. La mia amica comincia ad andare in panico. Smanetta col cellulare nella speranza di trovare campo. Finalmente riusciamo a seminare il nostro inseguitore. Giungiamo in una piccola radura e decidiamo di fermarci. È evidente che ci siamo persi e che con il buio non troveremo mai il sentiero.

Raccogliamo pietre e legna, disponiamo tutto in circolo ed accendiamo il fuoco. Non siamo attrezzati a passare la notte in un bosco. Né torce, né cibo. Ci è rimasta appena una bottiglia d’acqua. Alcuni di noi non hanno nemmeno una felpa per riscaldarsi. È incredibile come nel bosco le temperature crollino in estate. Moriamo di freddo e dormiamo poco quanto niente per tenere vivo il fuoco facendo allo stesso tempo attenzione alle fiamme. Intorno a noi gli occhietti degli uccelli notturni appollaiati sugli alberi.

Paura mista ad eccitazione non mi abbandoneranno per tutta la notte. Alle prime luci del giorno spegniamo il fuoco e ci rimettiamo in cammino. La luce ci riserva una sorpresa: il sentiero per uscire dal bosco è proprio alle spalle della radura. Se non ci fossimo fermati, saremmo riusciti a riprendere il sentiero. Eppure non ci pentiamo della scelta nonostante la paura e la notte insonne. Dentro di me sì ho maledetto i miei amici e le loro foto col pino loricato, mi sono sì ripromessa di non fare più con loro trekking senza torcia, cibo e coperta termica, ma quella notte nel bosco resta una delle esperienze più belle della mia vita.

Il braccio di Picasso

Forse è perchè a Berlino sono tornata e ritornata un numero indefinito di volte ma molti dei miei ricordi sono legati alla capitale tedesca. Ed è con uno di questi, assai breve, che chiudo questa carrellata di aneddoti di viaggio.

Al Martin-Gropius-Bau è in corso una mostra sui pittori moderni: die Epoche der Moderne. Kunst im 20. Jahrhundert.

Die Epoche der Moderne

Io e la mia amica Lora non ci lasciamo sfuggire l’occasione: Klee, Kandinsky, De Chirico e naturalmente Picasso sono solo alcuni dei pittori esposti.

Giriamo tra le sale quando finalmente ci troviamo al cospetto di un quadro di Picasso. Ora, io non ricordo affatto quale fosse l’opera, forse Ma Jolie. Una comunque del periodo cubista del pittore, di quelle al limite della rappresentazione astratta.

Ma Jolie Picasso

Ma Jolie, Picasso

Siamo lì ad osservarlo quando Lora esclama che le sembra di riconoscere un braccio e mentre lo dice avvicina pericolosamente la mano verso il quadro per indicarlo.

È un attimo. Il tempo rallenta bruscamente e dalla mia bocca, come in slow motion, fuoriesce un NOOOOO distorto mentre il mio braccio si allunga per fermare il suo. Purtroppo non sono sufficientemente veloce. Scatta l’allarme.

Cade il silenzio nella sala. Ci guardano tutti mentre in un nanosecondo arrivano gli addetti alla vigilanza. Mentre l’imbarazzo cresce così come la voglia di sprofondare un paio di metri sotto terra, la mia amica Lora cerca di spiegare l’accaduto e nel farlo tocca il quadro facendo scattare nuovamete l’allarme. Mi aspetto l’interdizione da tutti i musei della città, ma gli adetti alla vigilanza sono molto più comprensivi di me e ci lasciano continuare la visita, non prima ovviamente di averci ammonito di non toccare più le opere.

Da allora non mi sono mai più avvicinata ad un quadro a meno di mezzo metro di distanza.