Ritorno in Turchia

Ritorno in Turchia

Il mio ritorno in Turchia ha il sapore della speranza. L’ultimo timbro di ingresso in Turchia sul mio passaporto risaliva al 2019 e gli ultimi due anni erano stati un tale susseguirsi di prenotazioni continuamente modificate ed infine messe in stand by che non credevo più avrei fatto questo viaggio. Mi aspettavo che arrivasse la solita mail della compagnia aerea con la cancellazione del volo o che nuove restrizioni piombassero anche questa volta. Non mi è quindi parso vero poter varcare prima i confini italiani e poi quelli europei e di atterrare finalmente al nuovo aeroporto di Istanbul.

Ho sempre provato impazienza ed emozione prima di partire per la Turchia. Questa volta però per una serie di motivi mi è mancato quel friccico che ha sempre accompagnato i miei viaggi. 

Premetto subito per chi mi legge per la prima volta che il mio è stato un viaggio di lavoro. Attualmente, sebbene la situazione epidemiologica sia sotto controllo ed il Paese sia aperto al turismo, è possibile andare in Turchia dall’Italia solo per motivi di lavoro, di salute o familiari. Questo almeno in linea teorica, visto che, alla fine, non ci sono controlli. Indovinate però a chi hanno chiesto il motivo del viaggio ed il tipo di lavoro al controllo passaporti in Italia?

Ve li ricordate i bei tempi in cui per partire bastava avere in tasca un documento di identità e la carta di imbarco?

Prologo

Le scartoffie prima del ritorno in Turchia

Non so se vi sia capitato di fare qualche viaggio al di fuori dell’Unione Europea ultimamente ma persino il banalissimo check in online si è trasformato in una battaglia epica.

Non immaginavo che il mio ritorno in Turchia si sarebbe trasformato in una delle 12 fatiche di Ercole! Mentre inserivo una miriade di informazioni, che quando mai prima, sul sito della Turkish Airlines, un cronometro ha cominciato a fare il conto alla rovescia. “Mancano 29 secondi alla fine della sessione, vuoi continuare?”
Il terrore di dover ricominciare tutto dall’inizio si è impadronito di me!

Giuro che non mi era mai capitato di impiegare così tanto tempo per fare il check in online.

 

Per non parlare poi di quello del ritorno.
Sul sito della compagnia aerea sono riuscita ad ottenere solo le carte d’imbarco per il volo nazionale.
Per la tratta Istanbul – Roma invece sono stata miseramente rimbalzata dal sito ed ho dovuto fare il check-in al banco della compagnia ad Istanbul che ci è costato un’ora e mezza di fila.

Motivo? Era necessario il famoso dPFL  ma non c’era alcuna possibilità di caricare il file sul sito.
Tra l’altro, nonostante avessimo già compilato il digital locator form online, abbiamo dovuto riempire con i nostri dati altri due documenti simili poco prima dell’atterraggio a Roma.

E per entrare in Turchia? Ci è bastato compilare 72 ore prima un Travel Entry Form con cui abbiamo ottenuto un codice HES necessario per effettuare una serie di attività durante il soggiorno.
Travel Entry Form

Ora se volete sapere se tutti questi documenti siano stati effettivamente controllati, be vi dirò che ce li hanno chiesti prima dell’imbarco ma è bastato dire che li avevamo con noi. Tanto in Italia che in Turchia nessuno si è preso la briga di accertarsi che li avessimo effettivamente. Solo al controllo passaporti a Roma sono stati solerti nel controllare l’autocertificazione, una delle tante, compilata in aereo. Ed il risultato negativo al test fatto prima di rientrare in Italia? Be, quello nessuno ha chiesto di vederlo!

I tamponi

Tampone numero 1
Quello precauzionale. Il giorno prima della partenza è cominciato l’iter dei tamponi.  Quello all’andata non era richiesto per chi avesse completato da più di 14 giorni il ciclo vaccinale.
Sebbene fossimo tutti belli e vaccinati ci siamo detti che tutto sommato era meglio farci un tampone prima di partire invece di rischiare un eventuale lungo soggiorno per positività in Turchia.

Tampone numero 2
L’inaspettato. Sì, perché il destino è beffardo e naturalmente sono stata la vincitrice di un tampone a campione in aeroporto ad Istanbul mentre seguivo la fiumana di gente che lasciava gli arrivi internazionali.
Il tutto condito dalla totale mancanza di informazioni. Cosa faccio? Aspetto il risultato? Proseguo per i nazionali? Nessuno che parlasse inglese per risolvere il mistero.
Alla fine mi sono riunita alla fiumana di passeggeri in transito.

Fiuhhhh

Tampone numero 3
Quello obbligatorio. Appena un giorno di tregua dal mio arrivo in Turchia ed è arrivato il momento di un nuovo tampone. Obbligatorio per rientrare in Italia. Qui le cose si sono fatte più complicate perché eravamo nel sud est della Turchia ed in rete non c’erano informazioni su centri dove effettuare il tampone. Non fosse stato per un fornitore che ha organizzato tutto per noi, non so come avremmo fatto.

Tampone numero 4
L’altro obbligatorio.
Quello effettuato 10 giorni dopo il mio rientro in Italia. Negativo.
Insomma, 4 tamponi in 2 settimane. Non male vero?

Ma una volta non era più semplice viaggiare?

 

Ritorno in Turchia

Il pranzo in giardino

Una delle domande che continuavo a pormi prima di partire è come avrei trovato la Turchia al tempo del COVID.
In che modo la pandemia avrebbe influenzato certi rituali di ospitalità così squisitamente turchi? Come quello di sedersi a parlare per ore sorseggiando litri di çay  oppure quello di spezzare con le mani e condividere un balon lavaş, il delizioso pane gonfio come un palloncino, durante un pasto.

Inutile dire che il çay ha continuato a scorrere a fiumi nonostante le mascherine.
E l’ospitalità ha trovato nuove forme.
Succede spesso che all’ora di pranzo il tavolo delle riunioni venga imbandito come al ristorante: casseruole di agnello stufato accompagnato da kg di pide, meze, baklava e lokum, il tutto innaffiato con l’ayran. Perché il cliente è considerato uno di famiglia e per questo ti aprono le porte dell’azienda.

Come far sentire i miei ospiti a casa al tempo del COVID? Deve aver pensato questo il proprietario dell’azienda quando è arrivata l’ora di pranzo.
È stato così che tra un hop on, hop off tra i vari impianti dislocati in città che la macchina si è fermata davanti ad un cancello di una casa in collina.
<<Pranziamo in giardino oggi>>

Turchia al tempo del covid
Sono abituata all’ospitalità turca ma nessuno ci aveva mai aperto le porte di casa nel contesto lavorativo. Per di più il proprietario di una delle più grandi industrie tessili di tutta la Turchia!
Abbiamo percorso un sentiero stretto immerso nel verde lussureggiante tra piante rampicanti, alberi da frutto e filari di viti per approdare in un prato dove era stata apparecchiata una tavola all’ombra di un grande platano.

Un’oasi di pace, lontana dal polveroso traffico cittadino ed al riparo dalle temperature roventi dell’agosto più caldo da decenni anche in questo angolo di Anatolia che, a proposito, è Kahramanmaraş. Un pranzo di lavoro dal sapore poco lavorativo terminato con la dolcezza dei primi fichi prelevati direttamente dall’albero. Nel mio ritorno in Turchia ho respirato ancora una volta tutto il calore dell’ospitalità turca.

Kahramanmaras

Ecco dove si trova Kahramanmaraş

La fattoria biologica

Che fosse un viaggio di lavoro diverso dal solito ne ho avuto la conferma quando invece di portarci al nostro hotel prima di cena, ci hanno condotti ad una fattoria biologica dove si producono yogurt e formaggi di mucca e capra. Nulla di insolito se si trattasse del nostro settore ed invece niente di più lontano.
In questo mi ha ricordato il viaggio a Malatya quando l’ingresso in un negozio di albicocche secche si è trasformato nella visita ad un impianto di lavorazione di quello che è uno dei prodotti turchi più esportati nel mondo.

Turchia al tempo del COVID

Se i vitellini hanno preso simpaticamente a testate la mia mano, le capre si sono dimostrate incredibilmente socievoli.

Il latte di capra in questa zona è richiestissimo per la produzione del gelato. Kahramanmaraş infatti è la città di origine del dondurma, il gelato turco dalla consistenza solida ed elastica a base di latte di capra e salep, il tubero di un’orchidea selvatica.
E nella fattoria ci siamo goduti il tramonto facendo una degustazione di formaggi artigianali locali, molti dei quali sono addirittura sconosciuti al di fuori della regione. Il mio ritorno in Turchia sa di nuove esperienze.

Di nuovo il profumo delle spezie

Non credo riuscirò mai a descrivere tutte le sensazioni provate nel sentire nell’aria di nuovo il profumo ammaliatore delle spezie in un mercato. Dopo due anni di vita sospesa, mi ha fatto sentire spaesata percorrere i corridoi del mercato.
Come se fosse la prima volta. In questo il mio ritorno in Turchia ha coinciso con il risveglio da un profondo torpore.

Turchia al tempo del covid
I negozi straripanti di merci, le decine di voci che si accavallano, il suono del martello che batte il metallo, gli odori inconfondibili del peperoncino di Aleppo e del pepe di Bodrum sotto enormi bandiere turche e l’immancabile uomo del çay che fa su e giù con i bicchierini di tè.

Penso di poter affermare di aver assaporato per la prima volta dopo mesi e mesi quel senso di ebbrezza e di euforia che ti prende quando arrivi in un nuovo luogo.
Eppure io quel mercato lo conoscevo già.

 

Turchia al tempo del Covid

Tra i corridoi del bazaar

Un’ebbrezza che mi ha momentaneamente fatto dimenticare tutti i miei timori legati al COVID. L’affollamento dei corridoi, la mascherina, il gel e tutte le paturnie che la pandemia mi ha instillato nella mente.

Nel mio curiosare nei corridoi, tra botteghe di fabbri e ramai impegnati nel trasformare il metallo grezzo in spiedini per il kebap o in bollitori per caffè o sellai impegnati a realizzare selle tradizionali, la cui origine risale al tempo delle tribù nomadi turche, ho osservato la preparazione artigianale delle chips di tarhana. Un cibo che probabilmente molti di voi non conosceranno ma che qui è onnipresente e si sgranocchia mentre si sorseggia il çay e si chiacchiera.

Non amo affatto le chips di tarhana, delle sfoglie sottili essiccate a base di yogurt, grano spezzato e timo ma a Kahramanmaraş sono tipiche e quindi onnipresenti in tavola.

Durante il pranzo in giardino ho sfiorato quasi l’incidente diplomatico quando alla domanda su quale fosse il cibo turco che amo meno ho nominato la tarhana.
Un “Ohhhhh” tra il sorpreso e l’indignato si alzato tra tutti i presenti. Ops, avevo dimenticato di specificare che erano le chips di tarhana. Perché la tarhana è anche una zuppa tipica che avrebbero servito di lì a breve.

Kahramanmaras

L’uomo delle chips di tarhana

I forni a legna
Sottotitolo: un lahmacun è per sempre

Ovunque e con chiunque sia in Turchia, la prima frase pronunciata non appena ci sediamo al ristorante è <<un lahmacun per Simona>>. A questa frase fa sempre seguito qualcosa detta in turco al cameriere che mi guarda e che dopo alcuni minuti mi mette nel piatto il lahmacun più grande di tutti.

Ritorno in Turchia

Il lahmacun

Il lahmacun è un disco di pasta sottile e croccante condito con vari ingredienti e cotto nel forno a legna che, in maniera molto riduttiva, potrebbe essere definito la pizza turca. Ma nulla di più lontano perché i suoi sapori, frutto di un perfetto equilibrio di spezie, non ricordano minimamente il nostro piatto.

A Kahramanmaraş il lahmacun ha un sapore particolare. Sarà perché ci sono ancora i bei vecchi forni a legna fronte strada dove vedi sfornare fino alla sera croccanti lahmacun, rigonfi lavaş e pide ekmek ricoperti di sesamo.

forno

Forno all’interno della città vecchia di Kahramanmaraş: qui nascono pide e lahmacun

I forni a Kahramanmaraş, così come in altre città del sud est della Turchia, svolgono ancora oggi la funzione di forno comunitario. Succede spesso che gli abitanti vi portino ad arrostire teglie di costolette di agnello o casseruole.
E non sono solo i semplici cittadini ad utilizzare i forni.

Nella città vecchia, dove raramente le macellerie, i kasap, hanno la possibilità di avere al loro interno griglie e forni la carne preparata a vista viene portata nei panifici vicini per essere infornata. Dal forno, ancora roventi, le teglie giungono direttamente al tavolo.

Una di queste pietanze è la tava di Kahramanmaraş, un piatto che ogni fornitore, ignaro del fatto che tutti gli altri fornitori l’avessero già ordinata per noi in precedenza, ci ha fatto mangiare ad ogni cena. La cosa mi ha fatto sorridere tremendamente perché non mi era mai capitato di mangiare la stessa cosa ogni giorno.

La tava di Kahramanmaraş è una casseruola a base di carne di agnello, aglio e peperoncino come se non ci fosse un domani, melanzane o peperoni. Un piatto saporito ma niente affatto leggero che richiede un matrimonio immediato con l’ayran e che a Maraş è considerato tipicamente estivo viste le verdure di stagione.
Il mio ritorno in Turchia ha indubbiamente il sapore della tava di Kahramanmaraş

Ritorno in Turchia

Tava di Kahramanmaraş

Il ritorno in Turchia è al suono del richiamo alla preghiera dei muezzin

L’ezan, il richiamo alla preghiera del muezzin che risuona per le strade cinque volte al giorno dagli altoparlanti fissati sui minareti delle moschee, fa parte del paesaggio sonoro di qualsiasi città turca. Ne scandisce la giornata.
A volte ci fai caso, a volte ti sembra solo un suono in sottofondo, altre ti ipnotizza con la sua melodia.

La voce armoniosa ed ondeggiante dei muezzin è come un canto che si diffonde per le strade, nelle abitazioni, negli uffici. Recitare con una bella voce sonora l’ezan è la chiave per toccare il cuore dei fedeli e farli accorrere alla preghiera. È un talento quello dei muezzin, che vengono selezionati proprio per le loro abilità vocali.

Kahramanmaras

L’Ulu Camii, la Grande Moschea di Kahramanmaraş

L’hotel per la prima volta in pieno centro è la mia porta sulla libertà. Ho due ore libere e, nonostante la stanchezza del lungo viaggio e la mattinata di lavoro, voglio sentirmi per qualche ora di nuovo una turista all’estero. È una sensazione speciale.

Sento il caldo sole di agosto sul mio viso. La voce dei venditori di simit che fanno su e giù per la strada accompagna la mia presa della libertà. Il suono dell’ezan proveniente dall’Ulu Camii, la Grande Moschea, la più antica di Kahramanmaraş che si trova nella piazza sotto il castello quasi mi stordisce.

Kahramanmaras

Assaporo finalmente la libertà

Non vi nascondo che mi sono sentita persa. Come se non avessi mai messo piede all’estero, come se non avessi mai viaggiato da sola, come se quel posto mi fosse sconosciuto.
Ma mi sono sentita felice.

L’ezan della preghiera della sera, l’Akşam, ci coglie durante la nostra visita all’Abdülhamid Han Camii, la quarta moschea più grande della Turchia e la più grande di Kahramanmaraş.

Dalla collina su cui sorge domina la città e non c’è luogo da cui la sua sagoma non sia visibile. Ricordo ancora la prima volta che ci hanno portato a vederla. Era ancora in costruzione.
Entrandovi non pensereste mai che abbia appena dieci anni di vita. Lo stile classico ottomano riporta alla mente le belle grandi moschee di Istanbul.

Abdülhamid Han Camii

L’interno dell’Abdülhamid Han Camii

Abdülhamid Han Camii

Siamo al suo interno quando il silenzio viene interrotto dall’ezan che si alza dal minareto. Ci affrettiamo ad uscire mentre i primi fedeli iniziano ad arrivare, chi a piedi chi velocemente in bici per la preghiera della sera. Un forte vento ci sferza mentre scattiamo le ultime foto. Quel melodico ezan che al mattino mi aveva stordito ora mi ipnotizza e mi accompagna sulla strada verso l’hotel.

Abdülhamid Han Camii

L’Abdülhamid Han Camii

Profumi d’oriente che fanno riemergere ricordi assopiti, rituali di ospitalità che trovano inattese forme, viaggi in vecchi e nuovi sapori, melodie che disorientano e che incantano allo stesso tempo.

Il ritorno in Turchia dopo quasi due anni di pandemia mi ha fatto sì sentire fragile in alcuni momenti (ci ha rovinati un bel po’ questo COVID, vero?) ma al tempo stesso mi ha scosso dal torpore, dalla rassegnazione. Mi ha fatto sentire libera e piena di speranze. È stato un momento catartico